mercoledì 25 febbraio 2009

4° puntata - L'avventurosa storia del Tempo Pieno raccontata da Guido Piraccini

A partire dal 1972, grazie alla Legge 820/71, il tempo pieno comincia a diffondersi come modello organizzativo e didattico a livello nazionale.
Ma torniamo a Torino. Tre anni dopo, nel 1975, si verifica qui una grande svolta politica: per la prima volta, in Comune, in Provincia e in Regione ci sono maggioranze di sinistra.
Queste maggioranze sostengono fortemente il neonato tempo pieno. Anche perché il Direttore Didattico Gianni Dolino, ex partigiano e consigliere comunale di minoranza con le maggioranze di destra, fa adesso parte della giunta del sindaco Novelli. Dolino, come Assessore all’Istruzione, imprime alla macchina comunale il peso della propria cultura e della propria esperienza in campo educativo: ad esempio, mette a disposizione delle scuole le strutture pubbliche cittadine più diverse, traducendo nella pratica quello che il pedagogista Francesco De Bartolomeis aveva elaborato nei suoi testi.
Si pensi a “La ricerca come antipedagogia” (Feltrinelli, Milano 1969) in cui l’autore sostiene la necessità di una scuola capace di misurarsi con aspetti della realtà che non sempre sono disponibili nello spazio chiuso delle aule scolastiche e promuove l’esperienza di una “scuola attiva”, individuando nel metodo della ricerca la via da percorrere per colmare il divario tra ciò che gli allievi producono e quanto sarebbero in grado di produrre se tutte le loro potenzialità fossero sviluppate. Si pensi anche ad un altro libro di De Bartolomeis, “Fare scuola fuori dalla scuola. Orientamenti pratici per un nuovo tempo pieno” (Stampatori, 1980), titolo evocativo di un modo nuovo di insegnare che valorizza l’apertura dei saperi scolastici verso i saperi sociali e la realizzazione di esperienze formative fuori dalla scuola.
Ebbene, la sintonia tra il fare scuola fuori dalla scuola, l’orientamento pedagogico che sostiene già in età infantile l’apertura verso il mondo sociale, il tempo pieno, la messa a disposizione di strutture pubbliche, diventano un tutt’uno che prende la foma di un grande laboratorio di entusiasmi e di conquiste sul piano degli apprendimenti. Quindi, nato come fenomeno circoscritto ai bisognosi nei quartieri più critici della città – il quartiere Vallette, c.so Taranto, il quartiere Barriera di Milano – il tempo pieno diventa un modello ambito da famiglie che non abitano in quei quartieri ma che decidono di iscrivere i propri figli in quelle scuole di periferia, producendo una commistione sociale estremamente importante e interessante.
Nel 1975 viene avviata anche l’iniziativa delle mense scolastiche comunali.
Prima di allora in ogni scuola elementare erano le bidelle cuoche a provvedere ai servizi di refezione. Ma aumentando il numero degli alunni che si fermano il pomeriggio e dunque restano a mangiare a scuola, la refezione scolastica diventa un punto sensibile della nuova offerta formativa. La mensa scolastica è infatti un elemento importantissimo per la riuscita del tempo pieno, perché una mensa di buon livello è una delle garanzie che le 40 ore possano svolgersi senza inconvenienti di sorta. Ecco allora l’importanza della scelta della giunta Novelli di affidare le mense a ditte esterne specializzate e in grado di rispettare tutti gli standard igienico-sanitari del caso.
Fu questo un momento di grossa discussione, perché da una parte c’era chi sosteneva che la qualità della cucina poteva essere garantita solo dalla presenza di una cuoca interna alla scuola, e chi dall’altra, guardando al numero di coloro che fruivano del tempo pieno, affermava che ci voleva personale preparato e specializzato per far fronte agli obblighi igienico-sanitari dettati da tali numeri.
Inoltre, proprio in questi anni a Torino molti giovani usciti dalle università, anziché dedicarsi all’insegnamento, cominciano a occuparsi di animazione sociale e mettono a disposizione della scuola la loro capacità di creare e movimentare. Da parte sua, il Comune di Torino mette a disposizione delle scuole della città un centinaio di animatori sociali, che danno supporto alla dinamica didattica ed educativa prevista dal tempo pieno, la quale aveva bisogno di disporre di competenze innovative.
“Io ero l’albero (tu il cavallo)” è il titolo di un libro esemplare del 1978 che raccoglie esperienze di gioco teatrale nella scuola condotte da Franco Passatore e altri e contiene indicazioni metodologiche straordinarie per l’educatore e per un nuovo modo di porsi nei confronti del bambino, degli adulti e di se stesso.
AS

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